Due cose su Bocca L'antitaliano più italiano di tutti

Speravo di morire prima di Giorgio Bocca per non essere costretto a leggere i soliti elogi riservati ai defunti di successo. E invece mi tocca anche questa tortura. D’altronde è costume: dei vivi è lecito dire peste e corna; a chi toglie il disturbo, forse per gratitudine di averlo tolto, bisogna non solo concedere ogni attenuante per i suoi errori, ma anche trasformare i difetti e i vizi in virtù. Bocca non merita di essere trattato come Tizio qualsiasi, perché nel bene e nel male ha rappresentato un’epoca e un popolo.

Per anni ha tenuto una rubrica sul settimanale L’Espresso intitolata «L’antitaliano».Credo che il titolo fosse stato scelto da lui in buona fede. Giorgio in effetti era convinto di essere un antitaliano. In realtà era un italiano vero, il più italiano di tutti. Per capirlo, basta scorrere i dati salienti della sua biografia, nota, ma tenacemente ignorata dagli addetti ai lavori giornalistici. Nato agli albori del Fascismo, Bocca, come la maggioranza netta dei compatrioti di quel periodo, fu fascista. Con una aggravante. Non si limitò a una adesione conformistica al regime. Avendo già un temperamento passionale, egli ne divenne un virgulto pieno di sacro fuoco. Al punto da scrivere articoli vibranti contro gli ebrei e in difesa della razza, ovviamente ariana. Intendiamoci, pensando a quei tempi, non è il caso di scandalizzarsi troppo che una giovane camicia nera mettesse nero su bianco teorie allora condivise o quantomeno tollerate, nonostante fossero aberranti.

Però non si può neppure sorvolare su simili particolari. Non importa. Andiamo avanti. Bocca, a un dato momento, cambia idea. Quale momento? Quando la guerra butta male, il duce è in crisi e si intuisce che sarà una catastrofe, lui, Giorgio, diventa partigiano, con un tempismo sospetto, rivelando la propria italianità genuina: cioè la capacità di prevedere il peggio e di salvarsi correndo in soccorso del probabile vincitore. Anche qui non c’è da stupirsi: la stessa operazione compiuta da lui accomunò milioni di connazionali.

Difatti, a Liberazione avvenuta, il fascismo, che aveva avuto larghissimo consenso nel Paese, si trovò d’un colpo non solo senza capo, ma anche senza coda essendo spariti d’incanto tutti i suoi sostenitori, passati in blocco sull’altra sponda. La bottega di Mussolini non ebbe neppure bisogno di chiudere per restauri. Venne semplicemente sostituita l’insegna: via il cartello Pnf, fu appeso il cartello Antifascismo nel quale, in un baleno, si identificarono le masse che erano state fasciste. La necessità aguzza l’ingegno.

E Bocca era di sicuro ingegnoso. Tant’è che la professione di antifascista, sia pure della penultima ora, gli consentì per il resto della vita di campare di rendita. Insisto: nessuna meraviglia e nessuna deplorazione. Molti altri intellettuali e giornalisti famosi seguirono un percorso in parte analogo a quello di Bocca: Eugenio Scalfari e Giovanni Spadolini, per citare due protagonisti giustamente celebrati per le loro qualità. Ma perché non dire la verità, perché coprirla con uno strato imbarazzante di ipocrisia? La realtà per altro è che Giorgio, con le contraddizioni che umanizzano anche gente di valore, è stato un grande nel nostro mestiere. Tra i più grandi in assoluto. Pronto ad esporsi. Pronto ad incassare e prontissimo ad attaccare.

Dove c’erano discussioni, polemiche e risse lui si precipitava a menar fendenti con foga ad avversari ed amici, senza distinzioni, direi con una certa onestà che sarebbe un delitto negargli. Sulla sua straordinaria abilità sarebbe ridicolo eccepire. La sua prosa, un torrente in piena. Chi iniziava a leggere un articolo firmato da lui arrivava di sicuro fino in fondo. Di Bocca erano apprezzate soprattutto le inchieste, alcune poi ampliate e pubblicate in libri non sempre venduti in quantità pari alle attese dell’autore. Ma lui ha dato il meglio, a mio trascurabile giudizio, nei duelli con la penna: commenti sferzanti, a volte violenti, mai banali, spesso spiazzanti come i suoi mutamenti d’umore e di posizione ideologica.

Irrequieto e spigoloso, Bocca ha avuto simpatie e antipatie per Bettino Craxi e Umberto Bossi. Fu tra i primi a interessarsi al movimento leghista, cogliendone la forza innovativa e comprendendone le potenzialità elettorali, quando il Carroccio era considerato all’unanimità un fenomeno da bettola alpina. Giorgio aveva doti di analista politico eccellenti, però offuscate dalla noia che presto i partiti cui dedicava le proprie attenzioni gli suscitavano. Cosicché era fuorviato dalla propensione caratteriale a scorgere soltanto gli aspetti negativi della politica. Invecchiando, poi, si incupì salvo accendersi per demolire qualcuno o qualcosa.

Odiava il presente e rimpiangeva il passato, come tutti quelli che hanno una memoria selettiva e ricordano volentieri i bei tempi andati, forse perché legati alla nostalgia della giovinezza perduta.


Bocca era di una antipatia travolgente. Burbero, malmostoso, incline all’invettiva. Ultimamente non gli piaceva nulla e criticava tutto senza requie: i giornali, i colleghi, la sinistra e la destra, la televisione, i governi, il Parlamento e le istituzioni d’ogni genere. Il mio timore è che avesse ragione. Bocca mi detestava. Però, se gli pubblicavo la recensione di un suo libro, mi telefonava per ringraziare. Non dico che fosse cordiale, ma bene educato sì. Di recente in una intervista se ne venne fuori con questa delizia: Vittorio Feltri mi fa paura.

Non so perché. Devo confessare che l’ho ammirato. Mi mancherà anche per la sua incoerenza nella quale trovavo conforto della mia. Poiché non ho molti amici, la morte di un «nemico» della sua levatura mi addolora. Mi fa sentire più solo.

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