L’Italia ha reso il posto fisso uno status sociale di prestigio

Che l’Italia fosse provinciale e poco dinamica, lo si è sempre saputo. La sua politica, poi, lo è ancora di più. Soprattutto, però, la politica italiana (e non faccio distinzione tra tecnici e politici) è ipocrita. Pontifica sulla pelle degli altri e poi fa il contrario di quanto predica...

Prendiamo il ‘posto fisso’. Sappiamo bene che il posto di lavoro fisso è un mito, anzi è il "mito": il massimo dell’aspirazione lavorativa degli italiani. Senza il posto fisso gli italiani sono come dicembre senza il Natale. O come il pranzo senza la pasta. Non è ipotizzabile. Toccateci tutto, ma non il posto fisso. E questo lo sanno bene soprattutto i politicanti da strapazzo della nostra Italietta mediocre, e lo sanno bene i sindacalisti che sul mito del posto fisso ci campano da una vita. Nasciamo con questo mito.

Già da quando iniziamo a prendere coscienza del mondo che ci circonda, mamma e papà ci narrano le fantastiche opportunità e la vita da sogno che ci aspetta se riusciamo a conquistare un posto fisso, possibilmente pubblico. Mica ti dicono: ragazzo mio fai i soldi, diventa un novello Jobs e spacca il mondo. Ma neanche per idea! Ti dicono: fai il concorso per vigile urbano che ti sistemi. Prendi i tuoi buoni mille euro al mese e diventi indipendente, ti fai il mutuo e godi persino di un po’ di potere spicciolo, che non guasta.
Aspirazione zero. Ambizione sottozero. Ma del resto, è così che vanno le cose. L’Italia ha reso il posto fisso uno status sociale di prestigio. Ha ridotto una delle tante opportunità per produrre reddito nell’unica opportunità possibile e concepibile, asservendo le altre alla produzione di posti fissi. Se noi chiedessimo a un disoccupato di scegliere tra l’investire i suoi risparmi in un’idea imprenditoriale vincente o forse no (il rischio) o accontentarsi di un posto fisso (la certezza), non avrei dubbi su cosa sceglierebbe. E forse quel disoccupato non avrebbe tutti i torti. Tutto, in Italia, ruota intorno al posto fisso. La politica vive sulle promesse di un posto fisso, il sindacato vive sulle vertenze che minacciano il posto fisso, le agenzie del lavoro fanno i profitti sul sogno di un posto fisso, le case editrici che pubblicano libri per i concorsi pubblici, senza questo mito fallirebbero. E lo Stato pure fallirebbe, visto che i maggiori introiti fiscali li recupera dalle buste paga (per pagare soprattutto le pensioni di chi ha goduto del posto fisso). Talmente il posto fisso è un mito, un dogma, un’aspirazione, che quando una grande azienda dichiara la sua intenzione di licenziare, esplode la rivoluzione e l’Italia si riscopre un popolo di integralisti del posto fisso.
Per carità, con questo mio discorso non sto difendendo la ridicola affermazione di Monti. Sto solo cercando di fotografare una realtà che è allo stesso tempo patetica e triste. E non credo di avere esagerato. Il posto fisso è uno status sociale che condiziona la vita degli italiani e la loro concezione di lavoro e di realizzazione professionale da decenni. E non bisogna fargliene una colpa, perché è la politica ideologica e demagogica che li ha ridotti così: drogati del posto fisso. Ha prodotto una selva legislativa volta a tutelare il posto fisso in tutti i suoi aspetti, anziché formare un’Italia dinamica e produttiva, capace di sfidare il futuro. Nulla. L’iniziativa imprenditoriale è da sempre ostacolata e ridicolizzata come un’attività di ripiego (chi non trova il posto fisso, si dedica ad altro) o addirittura criminale (il profitto è immorale), e quando magari ha successo, diventa una fabbrica di posti fissi da tutelare a prescindere dalle esigenze produttive e organizzative. Ecco che allora i costi del lavoro salgono e l’impresa, non più concorrenziale o fallisce o fugge all’estero per sopravvivere.
Ma che il posto fisso sia uno status, una garanzia, lo dimostra anche l’atteggiamento delle banche. Tralasciando il discorso sul mito del posto fisso bancario, le banche adorano il posto fisso e la sua monotonia. È paradossale, ma con un posto fisso, la tua linea di credito è garantita (varia in proporzione del reddito). Il mutuo? No problem. L’interesse sarà alto, ma te lo concedono, perché hanno la sicurezza del quinto dello stipendio. Ma se non hai il posto fisso? E se sei disoccupato e vuoi un prestito per crearti un’opportunità di lavoro tutta tua? Ti prendono per pazzo. No posto fisso? No prestito. Con queste opportunità, Steve Job da noi sarebbe stato probabilmente un anonimo tecnico dei telefonini alle dipendenze di una ditta di trasporti di frutta e verdura.
Tornando a bomba, Monti ha tentato maldestramente di demolire il mito, scegliendo il momento peggiore e la battuta peggiore. (Poi, proprio lui che ha sempre campato di posti fissi?) Come si può infatti dire a un giovane disoccupato, esasperato e frustrato, che il posto fisso è monotono? Sembra una presa per il culo. È come dire a un morto di fame che il cibo fa ingrassare. Se non ti manda a quel paese poco ci manca. Il fatto è che i politici — come ho detto all’inizio — sono profondamente ipocriti. Tenendosi stretto il posto fisso (per se stessi e troppo spesso per i parenti e gli amici), parlano e straparlano di renderlo flessibile, ma sempre e solo per gli altri. Comoda la vita. No? Iniziassero loro a renderselo flessibile e si decidessero piuttosto a far ripartire la nostra economia disastrata con le vere riforme. Probabilmente il posto fisso diventerebbe meno monotono per tutti!

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