La strategia della miseria

“Ripetere ogni giorno ad una persona che sarà un gran’duomo, è certamente utile perché lo diventi. Così è dei popoli. Ritengo che questa campagna sia il principale merito del fascismo.

La rivoluzione italiana dovrà ereditarne, se non altro: come mito per muovere le folle, la concezione di primato.” Questo concetto lo affermava nel ‘33 il periodico parigino anti-fascista “Giustizia e Libertà”. Ma la cosiddetta “rivoluzione italiana” dimenticò il lodevole proposito, e allorchè fu restaurata la democrazia, in luogo di accettare l’efficientismo degli italiani, che era già patrimonio collettivo e, quindi, di tutti i partiti e, perciò, di nessuno in particolare, gli antifascisti in genere, ed i social comunisti in particolare, proprio per essere “anti”, ripudiarono l’efficientismo e si misero a lottare contro tutti coloro che riflettevano questa formazione mentale.


I più fieri avversari dell’efficientismo furono i comunisti, i quali in esecuzione dell’ordine impartito dal settimo “plenum” dell’Internazionale Comunista, tenutosi a Mosca nell’agosto del 1935, cominciarono ad ingiuriare “fascisti” tutti coloro che si opponevano al trionfo del comunismo e, perciò, anche i democristiani, i liberali, i repubblicani, i monarchici e, ovviamente, i neo-fascisti, fino ad ottenere una formazione mentale opposta a quella propugnata dal fascismo e bisogna onestamente ammettere che, purtroppo, ci riuscirono. Per questo oggi l’Italia piange tutti i possibili guai. Perché, fra l’altro, fu anche detto che era vergogna voler essere i migliori, essendo tale volontà umiliante per i peggiori, e tutti fecero del loro meglio per mettersi sullo stesso piano e sullo stesso livello dei peggiori: per non essere chiamati e ingiuriati “fascisti”.

Perché il comunismo poteva comportarsi così? Il comunismo s’era fatto complici tutti i partiti italiani, avendoli costretti a sparare pur essi sui fascisti durante la guerra civile, come scrisse chiaramente il comunista Giancarlo Pajetta su “Vie Nuove” del 15 aprile 1965, e nessuno si sentì di contestargli le atrocità che aveva perpetrato  e che, ribaltando le posizioni in mancanza di contraddittori, attribuiva invece al fascismo. Tutti dovettero essere solidali per quelle stragi con il partito comunista, e questo ne approfittò per sottometterli.  Nessun partito si era fin’ora dissociato da quelle atrocità che, se pur comprensibili ma non giustificabili fino al 25 Aprile 1945, furono assurde quelle dei giorni successivi. Puro cannibalismo. Su tutti questi partiti il comunismo ha esercitato ed ancora esercita una sorta di coercizione morale o immorale, che gli consentì di fare il comodo suo. Quando infatti vogliono contestargli delle atrocità, parlano di quelle della Russia e non di quelle dell’Italia. Per non sentirsi dire che pur essi vi hanno partecipato.

L’inversione dei valori diede luogo alla “strategia della miseria” per conseguire quella povertà economica e morale, senza la quale l’Italia avrebbe perso il privilegio di annoverare un partito comunista nelle forze politiche della nazione. Il partito comunista, di fatti, trova motivo di esistenza nelle società povere, dove i poveri aspettano il messia per essere sollevati dal loro stato di bisogno, e dove il messia (sotto le mentite spoglie comuniste) possa promettere loro il paradiso. I popoli, invece, che godono di un certo qualsiasi benessere non hanno bisogno del comunismo, ed un tale partito in Italia sarebbe stato superfluo ed inutile se le altre forze politiche non l’avessero aiutato a sconfiggere il benessere. Perché di nient’altro si tratta.

Antonino Condemi – Il peso della sconfitta – pg.127 / 129

 

Copyright 2011. Joomla 1.7 templates.