Di Pietro pianga, ma per le vittime di Tangentopoli

Di Pietro piange. È vivo. È ricco. È potente. Ha preso il posto, con grande abilità, di quelli che ha inquisito e fatto condannare. Tra tante leggi inutili, nel nostro codice, manca quella, evocata dal celebre Gip dei tempi di Di Pietro, che con lui si trovò a lavorare e parla per esperienza: Italo Ghitti.

Me lo disse un giorno per integrare i miei rilievi sui metodi minacciosi e polizieschi dei magistrati alla Di Pietro: «Lei, caro Sgarbi, ha dimenticato che il vero reato compiuto da Di Pietro è quello di corruzione di immagine. Intendo di avere, con le sue inchieste, messo in luce il suo ruolo di giustiziere, non solo per protagonismo, ma per ottenere consenso, per incassare sul piano elettorale, il massimo profitto dalle sue azioni giudiziarie».

Lucidissima interpretazione.
L'inutile impresa di Tangentopoli, è servita infatti, a legalizzare le tangenti senza eliminare la corruzione, come ha dimostrato la Corte dei Conti. Il «Caso Lusi» è la perfetta sintesi dei due sistemi, con il prodigio di trasformare in legali anche i fondi illegali. Ma Di Pietro, vivo e ricco, piange. E chissà come ridono tutti gli innocenti che ha fatto arrestare, e i parenti dei suicidi che hanno reagito in modo disperato a inchieste spesso ingiuste e violente, o, ancor peggio, alla loro minaccia. Penso a Moroni, a Gardini, a Cagliari, a Taneschi, a Nobili, a Darida, e a mille altri scagionati dopo anni di umiliazioni. Forse per questo Di Pietro, ricco e vivo, piange.

Vedo Bruno Tabacci, locupletato parlamentare, assessore al Bilancio del Comune di Milano (che dovetti difendere, in parlamento, dalle accuse di Antonio Di Pietro) oggi sul palcoscenico del teatro Puccini di Milano assieme all'ex Pm di Mani Pulite, a Giuliano Pisapia e Leoluca Orlando. Qualche democristiano di antico conio ha sicuramente pensato: che tristezza! In realtà Tabacci mette allegria perché si vede in lui la soddisfazione di chi si è salvato pur avendo goduto di tutti i privilegi garantiti nella Prima Repubblica. Soprattutto la Dc, ovviamente. E fatti pagare per tutti, e anche per lui, al solo Severino Citaristi, il più onesto dei democristiani. Come Tabacci, io difesi anche Citaristi. Tabacci non aprì bocca. E per molti anni pensò tutto il male possibile di Di Pietro. Adesso lo pensa Berlusconi che lo ha salvato dal naufragio della Prima Repubblica, introducendolo nella Seconda e consentendogli di avviarsi alla Terza, facendo finta di nulla. Eppure lui sa che tanti suoi compagni di partito sommersi, travolti, scomparsi, non erano diversi da lui.

Il primo dicembre del 2008 incontrai il ministro Bondi che mi comunicò con entusiasmo di avere firmato un decreto di acquisto di un crocifisso attribuito a Michelangelo, che io conoscevo da 20 anni. Contestualmente mi propose la direzione del Maxxi. La seconda cosa non avvenne, come si è visto, e il Maxxi fu affidato a mani che l'hanno condotto ad arenarsi come il Concordia.


La prima, purtroppo, era già avvenuta, da qualche ora. Dissi al ministro che se mi avesse chiamato una settimana prima, gli avrei dato ogni elemento per evitare l'acquisto dell'opera interessante, ma senza alcun fondamento documentario che ne avvalorasse l'attribuzione. Un'opera bella, ma non certa, non si compra. Neanche a un prezzo considerato vantaggioso, che doveva insospettire.

Il crocefisso era stato offerto a 18 milioni di euro al ministero, a banche, a privati, per poi essere ceduto a 3,2 milioni. Nel suo candore, e lo comprendo, a Bondi la cifra sembrava conveniente. Era stato d'altra parte orientato dall'autorevolezza degli esperti, ma era stato mal consigliato dal Comitato di settore che ha l'esclusiva responsabilità dell'incauto acquisto. Dovere dell'attuale ministro è destituire quel comitato. L'attuale sottosegretario Cecchi, allora Direttore Generale, non ne faceva parte e, come l'allora ministro Bondi, non può essere ritenuto direttamente responsabile.

L'attuale inchiesta della Corte dei Conti, incriminando Cecchi, ha sbagliato obiettivo.

Il "Caso Ruby" è chiuso. Parola di suora (o quasi). La Direttrice di una comunità che ospitò Ruby ha dichiarato: "E' molto sessualizzata, bella intelligente, seducente e scaltra. Ma c'era il nome di Berlusconi, lo chiamava "Papi", diceva di essere stata a casa sua una volta e di non aver mai avuto rapporti sessuali con lui. Aveva bisogno di affetti veri, persone che si occupassero di lei senza interessi". Così ha fatto Berlusconi, ad evidenza. Dandole danari per consentirle di lavorare fuori dalla strada: cifre impensabili per una escort. Ma ottenute con la seduzione e la scaltrezza. Come ha scritto Giovanna Maria Maglie, il vero reato è: "Circonvenzione di attempato".

Vittorio Sgarbi - ilgiornale.it

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