Perché il PDS, ex PCI, non fu toccato dal vortice giudiziario?

Mani pulite. Tuttora la domanda è pressante: perché il partito socialista e la democrazia cristiana sì e il partito comunista no? Del resto non credo che Bettino Craxi mentisse quando affermò nell’aprile del 1993, nel suo discorso al Parlamento, che tutto il panorama politico italiano era coinvolto in un sistema di finanziamenti illeciti ai partiti.

Era questo un sistema che non poteva non coinvolgere tutti. Non poteva essere che esistessero partiti — soprattutto grandi e potenti (e il PCI-PDS era piuttosto potente) — che lo ignorassero e non lo utilizzassero.
Credo invece che ci si volle fermare lì. A un passo dalla completezza dell’indagine che fece crollare mezza Repubblica italiana. E questo rende ancora più evidente l’ingiustizia di quegli anni e l’idea che si volle agevolare una precisa parte politica a danno delle altre. Forse perché quella parte politica ormai era destinata a cadere in disuso, e forse perché il suo vero avversario non era la Democrazia Cristiana, ma il suo stesso partito ‘fratello’, il Partito Socialista, ormai il vero interlocutore a sinistra in un contesto socialdemocratico che teneva fuori i comunisti o gli ex-comunisti dal governo e persino dal PSE.

Del resto, analizzando col senno di poi gli eventi di quegli anni ci si accorge come siamo in un contesto storico piuttosto particolare sia dal punto di vista nazionale che internazionale. Abbiamo la caduta del muro di Berlino e la Germania riunita. Abbiamo il dissolvimento dei regimi comunisti in Europa, abbiamo una forte crisi del socialismo reale in mezzo mondo e abbiamo gli attentati mortali (e mafiosi) a Falcone e Borsellino in un contesto di profonda debolezza economica della lira. Un vero e proprio momento di vulnerabilità politico-economica che se non fu orchestrato di sana pianta (e ci sarebbe voluto un Grande Fratello orwelliano per questo) fu comunque sfruttato per azzerare la politica italiana e sostituire come grande interlocutore a sinistra il partito socialista con il neonato partito post-comunista, appena riciclatosi come entità socialdemocratica dopo la fine del Comunismo, che altrimenti rischiava di scomparire nella soffitta delle obsolescenze ideologiche.

Dunque, l’idea parve essere questa: ridisegnare il panorama politico italiano, spostando l’asse della politica italiana ancor più a sinistra, con un nuovo (per modo di dire) soggetto politico diverso dal partito socialista ma capace di prenderne il posto anche nel Governo. E Mani Pulite fu lo strumento forse inconsapevole di questo progetto. Fino a che punto poi ci siano state delle responsabilità personali, io sinceramente non lo so. So per certo che quando il Partito Socialista tracollò, trascinandosi dietro la Democrazia Cristiana, e si preannunciarono le elezioni del 1994, il Partito Democratico della Sinistra, l’ex P.C.I. (la mitologica macchina da guerra di Achille Occhetto) pensava già di avere il governo in tasca, forte del fatto che nel panorama politico — visto pure il clima di caccia alle streghe — non vi era (più) nessuna forza politica in grado di contrastarlo.

Poi sappiamo come andò a finire quella storia. Ciononostante, i dubbi sulla completa bontà di quella stagione rimangono. L’Italia non è mai stato un paese cristallino (ma del resto, è difficile trovare una nazione che non abbia i suoi scheletri nell’armadio), e niente nel nostro paese è mai accaduto per caso. Perciò, a distanza di venti anni, ci si domanda ancora perché? Perché l’allora PDS, ex PCI, non fu toccato dal vortice giudiziario? Guardando l’Italia degli ultimi venti anni, è difficile credere alla integrale moralità di un partito ed è difficile pensare che quella stagione segnò la fine di un sistema di corruzione politica che tuttora persiste e insiste, coinvolgendo volente o nolente, guarda caso, anche l’erede di quel PCI scampato a Mani Pulite, oggi chiamato PD.

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