Smascherata la menzogna del PD sugli 11,8 Milioni di euro che Alemanno avrebbe "regalato" a CasaPound

Di cosa si tratta? Degli 11,8 milioni di euro, "valore del palazzo e non prezzo di acquisto", di via Napoleone III n. 8: sede di CasaPound. Vediamo di capire (l'origine della menzogna ad opera del PD e della stampa connivente ndr) in cosa consista questa voce, quale ne sia l’origine e cosa essa rappresenti nel mare magnum di assegnazioni, compensazioni e concessioni. Dopo aver svenduto Roma ai palazzinari, dopo aver garantito ogni genere di prebenda politica agli amici dei centri sociali, dopo aver, a vario titolo, assegnato ogni metro quadro della città, dopo aver lottizzato ogni singolo bando di gara, il PD si sveglia e decide che è giunto il momento di mettere all’indice non tanto il sindaco della capitale – sarebbe quasi comprensibile se l’opposizione in Consiglio si comportasse come tale – quanto piuttosto CasaPound Italia.

Per capire meglio: un partito capitanato da chi ha nominato capo della sua segreteria politica tal Penati – ricordate quello dello scandalo Falk e della Milano-Serravalle? – urla e sbraita per una singola voce del bilancio del Comune di Roma.

Nel lontano 2007 il Comune di Roma, all’epoca guidato dal Sindaco Veltroni, decide di effettuare una ricognizione delle occupazioni a scopo abitativo insistenti sul territorio cittadino. Tra le decine di occupazioni ne vengono individuate 33 che, per durata, consistenza e situazione politica, appaiono difficilmente liquidabili attraverso sgomberi coatti.

Si tratta di complessivi 1.093 alloggi giudicati degni di essere “storicizzati” e pertanto inseriti in una speciale graduatoria. I primi 420 sono individuati “per provvedimenti esecutivi di rilascio forzoso dell’alloggio occupato”. Gli altri 673 sono ascrivibili a “sgombero di immobili di proprietà pubblica da destinare ad uso pubblico”.

 

A ben vedere la stessa delibera di Giunta contiene numerosi bandi speciali, predisposti dal delegato all’emergenza abitativa Galloro e dai suoi predecessori, tanto che, tra aventi diritto ed “inseriti ad hoc” il numero complessivo di alloggi ERP (edilizia residenziale pubblica) da assegnare ammonta a 10.150.

La Delibera di Giunta comunale è la 206 del 2007 e si trova tranquillamente sul sito del Comune di Roma.

Da una lettura attenta sarà facile trarre alcune considerazioni: su una necessità dichiarata – i fatti sono sempre altra cosa – di 10.150 alloggi ATER, 230 sono assegnati sulla base di bandi speciali, protocolli di intesa ed ordinanze del Sindaco.

Tutti atti che non hanno nulla a che vedere con le normali graduatorie redatte dalle amministrazioni per assegnare i punteggi ai richiedenti alloggio popolare; si tratta, a ben vedere, di atti con i quali il Comune ha accontentato la controparte politica, quasi sempre identificata in quella famigerata associazione cui, sul finire del mandato, il Sindaco ha persino delegato la gestione degli sportelli per l’emergenza abitativa, quando non addirittura di interi residence: si parla ovviamente di Action.

 

Su un totale di 1.426 alloggi – la quota “discrezionale” che il Comune gestisce fuori bando – 1.409 sono assegnate alle 33 occupazioni di cui sopra. Ebbene, di queste 1.409, 17 – avete letto bene, diciassette – sono gli alloggi destinati agli occupanti di CasaPound quando il palazzo dovesse nuovamente essere adibito ad uso pubblico.

Approfondendo ulteriormente la lettura della Delibera in questione, con particolare attenzione agli allegati che dettagliano le 33 occupazioni di cui il PD sembra non ricordarsi, scopriamo che tra via Carlo Felice e via Cesare de Lollis – storiche occupazioni gestite da Action – via della Vasca Navale ex Cinodromo – dove si colloca il centro sociale Acrobax – e via dei Reti – nel quartiere di San Lorenzo –, oltre 170 alloggi toccano, con certezza, agli ex monopolisti dell’emergenza abitativa romana.

Siamo certi che la sproporzione dei numeri non possa sfuggire neppure ai più distratti giornalisti, i quali tuttavia omettono di dettagliare, limitandosi ad una strumentale e pedissequa riproduzione dei comunicati stampa di queste “facce come il culo”, il contenuto della Delibera 206/07.

 

Ragione di lamentarsi esisterebbe nel caso in cui le occupazioni altrui fossero state sgomberate, mentre si provvedeva alla salvaguardia della sola CasaPound.

 

Ed invece scopriamo che nel marzo del 2012 sarebbe stato siglato un protocollo di intesa tra il Dipartimento per le politiche abitative e gli occupanti di via Cesare de Lollis. Tale atto prevede che le 86 famiglie – avete letto bene, ottantasei – occupanti possano beneficiare dell’assegnazione di alloggi popolari di nuova realizzazione in quel di Rocca Cencia; la circostanza, che noi, al contrario dei giustizieri di povera gente del PD, non contestiamo – si tratta di una occupazione del 2003, stesso anno di nascita di CasaPound – non sembra poter essere omessa, ma la stampa non ne fa menzione ove si parli del valore del palazzo di via Napoleone III.

Ancora. Nella centralissima via Carlo Felice un prestigioso palazzo di proprietà della Banca d’Italia – ente di proprietà interamente privata, nonostante il nome – risulta occupato da 7 anni e censito nella Delibera 206/07. Di sgombero non si parla, ma qualora la proprietà dovesse accelerare le procedure di liberazione dello stabile, le 61 famiglie – avete letto bene, sessantuno – occupanti avrebbero diritto ad un alloggio popolare (sempre soldi dei contribuenti, se non vado errato).

 

Si potrebbe continuare a lungo nell’analisi di quanto disposto dall’ex, Veltroni, ma forse quanto detto è sufficiente per formulare una sintesi politica.

Migliaia di occupanti organizzati da Action, Comitato lotta per la casa e affini, si trovano nella posizione giuridica, sancita con atti spesso “anomali” rispetto alle normali procedure ed afferenti a giunte di ogni colore politico, di dover ricevere alloggi popolari nel momento di sgomberi che in molti casi appaiono quantomai lontani (in via Vittorio Amedeo II il palazzo occupato è del comune di Roma). Gli alloggi in questione sono comunque a carico delle casse dell’erario ed il numero delle famiglie che hanno conquistato tale diritto tramite occupazioni appare a tal punto consistente da far ritenere che il costo complessivo sia di gran lunga superiore al valore del palazzo di via Napoleone III.

 

Dopo aver restituito un minimo di verità al contesto generale nel quale ci muoviamo, passiamo al “caso” CasaPound.

Come dettagliatamente evidenziato, le 17 famiglie che nel lontano 2003 occuparono il palazzo di via Napoleone III, hanno, in caso di sgombero dell’immobile, diritto ad una esigua quota di alloggi ERP su un totale, ascrivibile alla quota discrezionale in capo al Comune di Roma, di 1.426.

Ma a questo punto il meccanismo dimostra tutta la sua fragilità. A fronte di numeri di tale consistenza, la disponibilità di alloggi ERP è pressoché pari a zero. E non sarebbe potuto essere diversamente, ove si consideri che il piano regolatore varato, dopo 36 anni e quale ultimo atto, dalla giunta Veltroni, non individua un solo metro quadro da destinare all’edilizia popolare.

Insomma, la Delibera 206/07 rappresenta il presupposto giuridico all’inserimento di migliaia di occupanti nell’elenco degli aventi diritto all’assistenza alloggiativa senza poter fornire alcuna valida soluzione. Condivisibile o meno, non ritengo sia questa la sede opportuna per aprire un seppur interessantissimo dibattito di merito; ciò che invece intendo fare è rimarcare, ancora una volta, che tale provvedimento è stato assunto dalla Giunta capitolina nominata da Veltroni e sostenuta da tutti coloro che oggi gridano allo scandalo.

 

Ovvio poi che nel momento in cui Comune e demanio stipulino un protocollo di intesa finalizzato allo scambio di immobili di proprietà dell’uno ed in uso all’altro, il secondo faccia notare al primo che lo stabile di via Napoleone III sia, a tutti gli effetti e proprio per quanto sancito da quella delibera, in uso al Comune di Roma.

Proprio in virtù di questa semplice considerazione, l’amministrazione capitolina non ha potuto esimersi dall’inserire nella permuta, che certamente ha dimensioni ben maggiori, quel palazzo.

Per capirci: se la permuta di beni fosse avvenuta tra Comune e Banca d’Italia, il primo non avrebbe potuto evitare di inserire lo stabile di via Carlo Felice nella più vasta operazione.

Con altrettanta evidenza, il passaggio di beni immobili non può avvenire in base al loro numero – io ti do la caserma dei vigili del fuoco, tu mi dai la sede di un municipio -, ma deve invece perfezionarsi attraverso la valutazione degli immobili oggetto di scambio.

Ecco quindi che gli 11,8 milioni di euro iscritti nel piano investimenti del bilancio di Roma capitale per l’annualità 2011 – un giorno spiegheremo agli aspiranti amministratori del PD romano che una voce nel piano investimenti resta appostata sino alla realizzazione dell’investimento – non comporta un esborso monetario, ma rappresenta semplicemente il valore di un bene in carico al Comune stesso proprio in forza della Delibera 206/07.

Alla luce di quanto detto, valutino i lettori le seguenti dichiarazioni:

“Come può essere credibile un sindaco che chiede 240 mila euro ai sindacati e poi regala oltre 12 milioni di euro pubblici a Casa Pound?”. Claudio di Berardino, segretario l’azione della Cgil.

“E’ un’aberrazione, una follia e una provocazione”, secondo il segretario romano del Pd Marco Miccoli che sottolinea come l’operazione avvenga “in un bilancio di lacrime e sangue, che contempla ad esempio la vendita del 21% di Acea per ricavare 200 mln di euro, per poi spenderne 11 per acquistare e donare un palazzo all’associazione fascista capitanata da Iannone”

“Il sindaco lancia da mesi l’allarme sulle casse comunali e sul rischio che non si riescano a pagare gli stipendi per i dipendenti, ma decide però di fare questi acquisti”. Ileana Argentin, deputato e delegata alle politiche sull’handicap del sindaco Veltroni (singolare che proprio lei non ricordi la genesi del provvedimento in questione).

Personalmente, nel leggerle, la rabbia iniziale ha rapidamente lasciato il passo all’inquietudine per essere stato “amministrato” da questi personaggi che, c’è quasi da augurarsi, siano semplicemente in mala fede.

Andrea Antonini

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