Il veterano della marcia su Roma ha 103 anni. "Fedele fino alla morte"

E lei che cosa fece l’8 settembre?
«Avevo combattuto come volontario sul fronte greco-albanese, in Croazia e in Dalmazia col comandante Aldo Resega. Prima che fosse firmato l’armistizio stavo per rientrare in Italia. Ci tennero in quarantena alle Grotte di Postumia perché infuriava il tifo petecchiale. Arrivati col treno a Sasso Marconi, il battaglione fu sciolto. È stato il dispiacere più grande della mia vita».

Come mai era partito volontario?
«Ero amico d’infanzia di Resega. Fu lui a farmi entrare nella Rsi. Il 13 settembre divenne federale di Milano. A novembre ci furono parecchi attentati partigiani. Il comando tedesco stava per ordinare una rappresaglia: dieci civili fucilati per ogni soldato morto. Resega riuscì a fermarla. Il Pci clandestino lo condannò a morte proprio perché impediva la guerra civile. Fu ucciso a tradimento da un commando gappista la mattina del 18 dicembre 1943 mentre usciva disarmato dalla sua abitazione di via Bronzetti per andare a prendere il tram. Ai funerali i cecchini partigiani cominciarono a sparare dalle finestre sul corteo che seguiva il feretro. Ci fu un fuggi fuggi generale. L’unico che mise mano alla rivoltella e rispose al fuoco fui io».

Della marcia su Roma che cosa ricorda?
«Che partii da Firenze senza neppure indossare la camicia nera. Dopo Orte il treno venne fermato in mezzo alla campagna dai ferrovieri. Quelli sono sempre stati rossi, è noto. Proseguimmo a piedi. Se il re avesse firmato lo stato d’assedio, sarebbe stato un massacro».
E il ritorno?
«Su un autocarro, un Fiat 18 BL della Disperata di Alessandro Pavolini».

Mussolini ha fatto qualcosa di sbagliato?
«Di sbagliato... A dir la verità...». (Ci pensa). «So che è stato una persona onesta, e questa è la cosa più importante. Ha fatto le bonifiche, ha dato le case al popolo, ha costruito Sabaudia, Littoria, il ponte che collega Venezia alla terraferma. Qualcosa avrà sbagliato... Non so».
Ha fatto le leggi razziali.
«Le ha subite. Per non irritare Hitler, che detestava. Ma il Duce non era per niente d’accordo. E io neppure. Avevo una fidanzatina ebrea che abitava a Milano, al numero 10 di via Mac Mahon. Era già maestra a 15 anni. Si figuri se non l’avrei salvata». (Si commuove).
Ha perseguitato gli oppositori.
«Bugie e strabugie. Tutta una montatura. Li mandava in vacanza al sole, sulle isole. Mica come Stalin che li spediva a morire di fame e di freddo in Siberia o gli sparava un colpo alla testa. Aiutò economicamente la famiglia di Anteo Zamboni, l’attentatore linciato dalla folla nel 1926 a Bologna. Un atto barbarico, come ebbe a definirlo il Duce. E anche quell’altra là...».
Violet Gibson?
«Bravo. Espulsa dall’Italia e rimandata in Irlanda. Per espresso desiderio di Mussolini non scontò neppure un giorno di galera. E sì che lo aveva ferito di striscio al naso con una pistolettata».
Antonio Gramsci ne fece parecchia, di galera.
«Però, quando s’ammalò, il Duce lo fece scarcerare e poté essere ricoverato alla clinica Quisisana di Roma».
Lei è cattolico?
«Sì, certo».
Pio XI, pochi giorni prima di morire d’infarto, aveva steso un documento in cui condannava il fascismo.
«Questo me lo dice lei. So che quando c’era il Papa re, nello Stato pontificio i ladri li impiccavano».
Perché Dio avrebbe dovuto stramaledire gli inglesi?
«Comandavano mezzo mondo: India, Australia, Gibilterra, il Canale di Suez... Avevano in mano tutto loro».
E l’impero coloniale dell’Italia fascista?
«Ma gli inglesi andavano solo per prendere, non per dare, come facevamo noi».
Preferisce i musulmani o gli ebrei?
«Gli ebrei. Gli islamici ci ricattano col petrolio. In Italia li coccoliamo. Andreotti è sempre stato in affari con gli sceicchi, da ministro dell’Industria permise la costruzione della moschea di Roma. Vergogna!».
Ma non fu Mussolini a donare le colonne in marmo di Carrara per la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme e a ricevere la Spada dell’Islam a Tripoli?
«Appunto. In Libia, non in Italia. Era amico dei musulmani, ma fuori dai nostri confini».
Che cosa pensa dei politici di oggi?
«Fanno pietà. Destra, sinistra, centro... Non ce n’è uno che valga. Che cosa sono tutte queste liste?».
Quello che detesta di più?
«Fausto Bertinotti. Da sindacalista voleva le 35 ore settimanali. Ho diretto il cotonificio Tosi. Avevo sotto di me 500 operai, purtroppo. So di che parlo. Mai fatto un giorno di ferie. Dicevano che ero cattivo. Invece ero solo severo. Finché ci sono stato io, niente commissione interna, si lavorava anche quando gli altri scioperavano. Ero un po’ fascista».
Come mai non milita in Alleanza nazionale?
«In principio Gianfranco Fini parlava di Mussolini come dello statista più grande del secolo. Andava a Gorizia, s’aggrappava alla rete sul confine sloveno e gridava: “Di là è Italia!”. Mi piaceva. Poi è andato in Israele a dire che il fascismo è stato il male assoluto. Ma che ne sa lui? È nato nel 1952. Come fa a sparlare del fascismo se non l’ha neppure visto?».
In che cosa credevano i giovani degli Anni 20?
«Nell’amor patrio. Mio padre, farmacista come mio nonno, perse tutto nella guerra del ’15-’18. Fu l’ultimo ad attraversare con moglie e sette figli il ponte sul Piave poco prima che saltasse in aria. Di là non restò in piedi neanche la scala di casa. Io, ragazzino, andavo a raccogliere la lana con la quale mia madre faceva le calze per i nostri soldati in trincea».
Dei giovani d’oggi che cosa pensa?
«Hanno in mente soltanto i soldi, vogliono farli in fretta e senza lavorare. Anche qui dentro, sa? Se un’impresa vince l’appalto per un’opera che si potrebbe ultimare in un anno, stia pur certo che ce ne mette tre o quattro».
Ha mai tradito sua moglie?
«Non potevo farne a meno».
E glielo diceva?
«Glielo dicevano gli altri. Io negavo».
Come passa le sue giornate?
«Male. Non ho nessuno con cui parlare».
Pare che la scienza riuscirà presto a farci arrivare a 120 anni. Una fregatura o una fortuna?
«Spero solo che non sia vero».
È stanco di vivere?
«Un pochino sì. Il dolore nel vedere che i propri cari perdono la salute è la peggiore delle malattie».
Pensa spesso al dopo?
«No, mai. Tanto comanda quello che sta su». (Punta l’indice verso l’alto). «Il padrone di casa è sempre uno solo. Dipende tutto da lui».
Che cosa vorrebbe che scrivessero sulla sua tomba?
«Fedele fino alla morte».

Stamattina l’ospite della camera Orione, la numero 116, ha sonnecchiato fino alle 8 e adesso non si dà pace: «Proprio non capisco che cosa mi sia successo. Da una vita mi sveglio alle 5 in punto. Sa, voglio essere il primo ad andare in bagno, così sono sicuro di non trovarci nessuno». La casa di riposo Molina di Varese non è certo una caserma, ma sono 103 anni, quasi 104, che il comandante Bruttomesso, da buon fascista della prima ora, ci tiene a farsi trovare pronto, non meno del suo idolo: «Sorge il sole, canta il gallo, Mussolini monta a cavallo».

Alle 9.30 s’è già sbarbato e vestito da solo. Scatta in piedi dalla poltrona senza bisogno che nessuno gli porga il braccio. Per precauzione lo obbligano a camminare con due stampelle, ma si vede benissimo che potrebbe trasformarle da un momento all’altro in armi bianche. Camerata Vasco, presente! Sempre. Primo ad arrivare al comizio del Duce a Udine, «fra andata e ritorno 120 chilometri in bici sui sassi». Primo a fondare, a 18 anni, una sezione del fascio nel suo paese natale, Annone Veneto, «insieme col conte Nico Frattina, che era figlio del medico condotto». Primo universitario a partire da Firenze, dove studiava ingegneria, per la marcia su Roma, «28 ottobre 1922, ecco qua l’attestato di partecipazione firmato da Mussolini e dai quadrumviri Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Michele Bianchi», e dunque ultimo fra i viventi («se ce n’è un altro si faccia avanti, avrò piacere di conoscerlo») a poter vantare d’aver partecipato in diretta all’inizio dell’era fascista. Primo ad arrivare ogni 28 aprile a Giulino di Mezzegra per la messa di suffragio e il saluto romano davanti al cancello di Villa Belmonte, dove nel 1945 il Duce fu giustiziato con l’amante Claretta Petacci (o meglio, secondo gli storiografi di destra, venne inscenata dai partigiani la fucilazione dei loro cadaveri), «fino a dieci anni fa ci arrivavo da solo con la mia Golf 1600, purtroppo dopo una marcia a piedi di 18 chilometri non ho più visto la strada, un buco nella retina, mi hanno ritirato la patente».


Ma soprattutto primo, a memoria d’uomo, ad aver accettato alla sua veneranda età di candidarsi alle elezioni. Domenica scorsa s’è presentato con la Fiamma tricolore al Comune di Tradate e ha ottenuto 5 preferenze, 7 in meno del capolista Fernando Corrias, «ma con la soddisfazione d’essere arrivato all’1,93% dei voti, contro l’1,60 dei Comunisti italiani».
Vasco Bruttomesso, sergente degli alpini passato dalla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale alla Repubblica sociale italiana, non ha marciato solo su Roma. Ha scalato il monte Bianco col suo amico Evaristo Croux, la guida valdostana che nel 1897 portò il Duca degli Abruzzi sulla vetta del Sant’Elia, in Alaska, e nel 1931 espugnò l’Upsala, il più esteso ghiacciaio della Patagonia. Fino a 97 anni ha corso la Prenimega, maratona di 43 chilometri fra le province di Varese e Como, «29 ne ho fatte, ma dopo che Beniamino Andreatta, allora ministro della Difesa, vietò la presenza dei militari, che venivano con le bande e le bandiere, quella gara non mi ha più scaldato il cuore». In compenso nel 2003 avrebbe voluto festeggiare il secolo di vita partecipando come sempre alla Stramilano, «purtroppo tre giorni prima del 6 aprile sono caduto e mi sono rotto il femore, peccato, avevo già pagato l’iscrizione».


Adesso al massimo può marciare sul refettorio, dove le premurose infermiere apparecchiano un tavolo tutto per lui. Fino a sette mesi fa condivideva la mensa con la moglie Roberta, «aveva 18 anni meno di me, dormiva nella camera di fronte alla mia, è morta il 5 novembre, un tumore del sangue». I figli di 62, 61 e 58 anni, due maschi e una femmina sposata col giudice Paolo Aliquò Mazzei, vengono a trovarlo regolarmente. Da un ventennio, periodo fatale, ha trovato un fedelissimo attendente volontario in Vincenzo Biotti, figlio di un ufficiale della XVI brigata nera Dante Gervasini, un tecnico petrolifero in pensione che ha lavorato per l’Agip in tutti i Paesi arabi, dall’Algeria all’Iran, ed è diventato per Bruttomesso un quarto figlio.


Chi gliel’ha fatto fare di candidarsi alla sua età?
«La fede nell’ideale. Una certa esperienza amministrativa ce l’ho. A partire dal 1953 sono stato commissario prefettizio e poi per tre mandati sindaco di Carbonate. La prima strada asfaltata per la gente che andava a prendere il treno a Locate Varesino l’ho fatta io. La rete fognaria pure. Il municipio e le scuole anche».
Oggi le darebbero del cementificatore.
«Alla quarta elezione la Dc, nella quale mi presentavo come indipendente, è venuta a chiedermi se potevo rinunciare a un po’ di preferenze. Ho detto di sì per generosità. Lì ho sbagliato, perché se ne sono subito approfittati per mandarmi a casa. Peccato. Ero in trattativa con l’ingegner Guidali delle Ferrovie Nord per far fermare il treno anche a Carbonate. Le spese della stazione sarebbero state a carico del Comune. Un bell’impegno, perché quelli erano tempi di tassa famiglia, soldi non ne avevamo».
E dove sarebbe andato a trovarli?
«Mi ero rivolto a un ministro delle Finanze di Como, un liberale. “Io le faccio avere i mutui”, mi disse, “ma lei deve gonfiare un po’ i bilanci”. Mi dispiace, gli risposi, queste cose non le ho mai fatte e mai le farò».
Quanto guadagnava come sindaco?
«Neppure un caffè. Anzi, ci ho rimesso».
In che senso?
«L’imprenditore edile che aveva costruito le scuole insistette perché fossi padrino di battesimo del figlio. Potevo andare a mani vuote? Mi toccò comprare catenina e medaglietta d’oro. Eccolo il mio guadagno. Poverino, ci teneva tanto alla presenza del sindaco. Anni dopo si suicidò buttandosi da un palazzo».
Oggi gli amministratori comunali sono stipendiati.
«Non me ne parli. Io convocavo Giunta e Consiglio ogni quattro mesi. Questi qui si riuniscono tutti i sabati. Per forza, ogni volta pigliano il gettone di presenza da noi cittadini».
L’avrei vista meglio nel Msi, mezzo secolo fa.
«Gliel’ho già detto: ero indipendente. Infatti quando la Dc mi pose l’aut aut, o prendi la tessera o non ti candidiamo più, mollai la politica. Ma poi, scusi, Andreotti, Fanfani, Moro che cosa crede che fossero? Andreotti scriveva per la Rivista del Lavoro, pubblicazione di propaganda fascista. Fanfani, che firmò il manifesto della razza, insegnava economia corporativa alla Cattolica di Milano. Tutti fascisti fino all’8 settembre. Il 9 settembre tutti antifascisti. Persi un fratello per colpa del voltafaccia».
Come si chiamava?
«Celso. Era capitano d’artiglieria. Nel 1943 si trovava in Slovenia. All’annuncio dell’armistizio il comandante dell’XI Corpo d’armata diede l’ordine di consegnare le armi ai partigiani di Tito. Arrivarono i tedeschi, trovarono gli ufficiali disarmati. Contarono: uno ogni dieci. Alla fine per terra restarono 29 fucilati, fra cui mio fratello. Però la colpa non fu dei tedeschi. Fu dei voltagabbana. A cominciare dal generale, che nel frattempo era tornato a Roma in aereo. Immagini il dolore di mio padre. Scrisse una lettera e fece il giro dei giornali. “Lei ha ragione”, gli dicevano i direttori, “ma non possiamo pubblicarla”».

 


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