Nessuno alzi la testa?

Nessuno alzi la testa contro i poteri economici? Le motivazioni che indussero il secondo conflitto sono le medesime che stringono il giogo all’Italia contemporanea. Un vicolo stretto avviato a divenire cieco. Aprire un varco nella cortina è possibile operando per la rinascita di un popolo “giovane” con una identità coesa nel comune denominatore di valori pragmatici ed etici, disposto a riappropriarsi delle conquiste umane, prima che materiali, annichilite ad arte dall’antifascismo, i "guardiani del vincitore".

Ove c’è benessere c’è pace, ed ove c’è pace non c’è guerra. Le guerre di tutti tempi non nascono dalla cupidigia di pochi, come si vuol far credere, sistemando la coscienza comune a danno di un singolo capro espiatorio, bensì quale comune denominatore hanno il malessere di un popolo scaturente dalle ristrettezze economiche nelle quali viene compresso.

Quando le privazioni e le vessazioni raggiungono il limite del tollerabile si innescano grandi flussi emigratori, l’avvisaglia di una potenziale guerra imminente. Ove non c’è lavoro si emigra in massa, e quando non si può più emigrare si fa la guerra. Semplice istinto di sopravvivenza che in ultima analisi ha il sopravvento su qualsiasi forma di coscienza.

Nel mondo naturalistico non è diverso, l’animale cambia territorio fin quando gli è possibile, e quando non lo è più, suo malgrado, affronta la minaccia, ovvero l’avversario che costringe alla fame, consapevole del rischio di soccombere.

Il secondo conflitto mondiale ebbe origine da questioni economiche di un intero popolo, come tutti i conflitti di tutte le epoche. Basta leggere i pochi concetti della dichiarazione di guerra, ambizione non del singolo uomo che li enuncia, ma di un intero popolo che fermamente li desidera e li plaude: “Questa lotta gigantesca è la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l'oro della terra. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche che hanno insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano. Promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell'edificio, l'ignobile assedio societario di cinquantadue stati. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che gli interessi, l'avvenire, e l’onore fermamente lo impongono. Con voi il mondo intero è testimone che l'Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l'Europa; ma tutto fu vano. Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni. Bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata micidiale per coloro che la hanno accettate. La nostra coscienza è assolutamente tranquilla.

La stampa internazionale dell’epoca era stracolma di elogi all’Italia, scrive Antonino Condemi nel suo libro (Il peso della Sconfitta), e all’operato del suo governo per i risultati straordinari ottenuti in tutti campi. In una visita a Roma verso la metà del gennaio del ’27 Wiston Churchill disse di Mussolini e dell’Italia: “E’ facile accorgersi che l’unico suo pensiero è il benessere durevole del popolo italiano”. “Se fossi italiano sono sicuro che sarei stato interamente con voi dal principio alla fine”. E ancora, in un convegno alla Queen’s Hill: “Il genio romano impersonato in Mussolini, il più grande legislatore vivente, ha mostrato a molte nazioni come si può resistere”. “Ha indicato la strada che una nazione può seguire quando sia coraggiosamente condotta”.

L’Italia suscitava l’ammirazione incredula di tutti gli stranieri, continua Condemi, e poi la preoccupazione di pochi, e poi la paura di alcuni, e poi il terrore dell’ Inghilterra, al punto che Sir Colville, il segretario di Churchill, esprimeva la diffusa sensazione di allora in Inghilterra che Mussolini volesse ricreare la gloria dell’impero romano, che essi inglesi ritenevano intollerabile. E fu la guerra dell’Inghilterra contro l’Italia, che ebbe esattamente inizio il 18 novembre 1935, allorchè decise le sanzioni per ostacolare la conquista dell’impero; è fu divieto assoluto della ricostruzione del partito fascista dopo la sconfitta; e fu la condanna inflitta all’Italia per  tornare alla situazione in cui era all’epoca dell’Italietta, prima dell’avvento del fascismo, sulla cui strada è già da tempo avviata; e fu per l’Italia la condanna, espressa in quel divieto (ndr: con la dettatura della nostra costituzione) di non poter più svolgere una qualsiasi dignitosa politica nazionale.

L’Italia fu condannata, dunque, perché gli italiani medesimi rinnegassero il decoro, il rispetto ed anche il benessere che Mussolini voleva per loro ed i vincitori affidarono l’esecuzione dell’incarico, in funzione di secondino, all’antifascismo, il quale è stato ben lieto, ringraziando, di rendersi utile ai vincitori. Istituirono con esso dei governi di comodo (lo sono tutt’ora) e, nel disimpegno dei compiti che i vincitori gli affidarono, andò oltre il più elevato zelo.

La brutta destra torni nel ghetto scriveva ieri con sottile ironia Marcello Veneziani “La Brutta Destra che non legge, non pensa, non studia e nel frattempo non ha nemmeno acquisito pratica e capacità di gestione. Ecco la Maldestra che va al governo di città, Regioni e Stato e non lascia traccia di sé, non ha il coraggio di difendere nemmeno l'intestazione di una via a chi rappresentava la parte sua, che sul piano ideologico è subalterna alla sinistra e sul piano pratico imita la vecchia repubblica dei magnaroni. Ovvero i suoi nemici storici.”. “L'unica sua forza  era la diversità di stile e di provenienza, l'unica gloria di cui erano portatori sani ma non ignari non era nelle loro facce e nelle loro modeste biografie ma nella tradizione che incarnavano, la memoria storica del proprio Paese, l'amor patrio, i mitici Valori, perfino la retorica neofascista su chi fu appeso per i piedi e non cadde dalla sua tasca manco una moneta”.

Nessuno può impedire a nessuno di riprendersi tutto. La ricostruzione umana e materiale transita attraverso il fare e non il dire. La contestazione si capovolge, non è demolizione di quel che non piace, bensì costruzione di ciò che piace. Si appalesa non come contrapposizione allo sgradito fare istituzionale, ma come materiale visibile e fruibile “adesso”, frutto tangibile delle proprie energie. Credo fermamente, quale unica via d’uscita, nell’articolata ed insieme lineare filosofia di CasaPound Italia tracciata nel libro di Adriano Scianca “Riprendersi tutto”.

Votare il vuoto sperando di demolire il pieno? Come l’aria non può deflagrare la roccia, il vuoto non può demolire il pieno. Votando il vuoto si vota il vincitore che da decenni ad arte pratica la logica del vuoto, intellettuale, sociale ed economico. La contestazione verbale di un comico funzionale al meccanismo che si avviluppa su se stesso. Tentare di demolire per ricostruire sulle fondamenta di quel che si è demolito e tanto illogico quanto inutile e dannoso.

Votare o non votare semmai è il dilemma, ma votarsi è l’esortazione! Votarsi alla ricostruzione di se stessi prima che degli altri, delle proprie logore abitudini, sempre giustificabili, e mai modificabili. Votarsi, se proprio si vuol votare, all’azione pratica abbandonando la critica. L’azione pratica e partecipativa, o singola ed univoca, è fatica, e la fatica si rifugge comodamente nella speranza di un voto, delegando ad altri quel che, da sempre e in special modo in questa fase storica, compete solo “a noi”.

Gabriele Concato

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